RICOMIIINCIAAAAMOOOOO

Postati in RACCONTI su 07/04/2011 da davidesher

Sono in una situazione disperata. Ieri mi hanno licenziato. Altri lavori non ne troverò mai in questa crisi. Ho qualche soldo messo da parte ma tra pochi mesi dovrò lasciare la casa e il box, vendere la moto, la macchina e tutto il resto che posso vendere.

Tutto è successo così in fretta. Sapevo che prima o poi questo giorno sarebbe arrivato ma non mi sono preparato. Come si fa a prepararsi per il momento in cui tutta la tua vita va a puttane? Potrei torvarmi un lavoro facile, che non richieda requisiti particolari ma non se ne parla. Non sono più un ragazzino. Ho la schiena a pezzi e non posso infilarmi in qualche vicolo cieco lavorativo che mi strappa l’anima per 800 euro al mese.

No. non se ne parla. A 35 anni, nel mezzo del cammin di nostra vita, non vado a fare il giardiniere o il fattorino. E neanche uno stage con sguardo speranzoso sul futuro, chi vuoi che mi prenda?

Quando la mente mi torna nella testa mi rendo conto di essere ancora in ufficio, al mio tavolo. I colleghi mi osservano con uno sguardo allo stesso tempo un po’ triste e un po’ colpevole, come se il fatto che loro hanno ancora il posto sia la causa della mia disfatta. Non lo è. Non è colpa loro se l’economia è a pezzi, l’Italia va a rotoli e le prospettive sono sempre più buie. Non è colpa loro ma non è neanche colpa mia. Il mio lavoro l’ho sempre fatto bene, con passione e dedizione. Forse avrei dovuto insistere di più per farmi assumere a tempo indeterminato, allora magari ci sarebbe stato qualcuno più “spendibile” di me. Ma non l’ho fatto e adesso pago.

Chiudo il cassetto della scrivania e metto le ultime cose nello scatolo che mi son fatto dare in amministrazione. Passo alla scrivania e faccio scivolare tutto dentro: vedo scorrere davanti a me un mini tsunami che trascina via, con il suo movimento ad arco, un marasma di carabattole tra cui riconosco un coccodrillo di plastica, un mostriciattolo quadrupede nero con punte arancioni, un pupazzetto con la faccia da mosca verde e giallo, due dadi di gommapiuma con dei simboli strani, un omino di plastica che sembra un’egiziano paffutello (dicevano che ero io), un messicano di plastica su un cavallo di plastica con ricarica a molla che mi aveva regalato la mia ex, un ventilatore USB da applicare al monitor, un gormito dorato, un frisbee, tre tazze con dentro delle penne, un mini-secchiello di alluminio con dentro della moneta e un draghetto di peluche. Tutti i miei averi sono nella scatola. La sollevo e mi avvio verso l’uscita. Voglio andarmene il prima possibile perchè l’imbarazzo è forte. Non so cosa dire. Per fortuna sono imbottito di antistaminici e ancora non mi rendo pienamente conto della gravità delle asituazione. So che se dicessi qualcosa ai miei colleghi la rabbia e la gelosia trasparirebbero dal mio tono di voce per cui preferisco evitare. Basta un semplice ciao, ci sentiamo, e vado.

Il viaggio a piedi e in metropolitana verso casa è, se possibile, ancora più tremendo. E’ il viaggio del perdente, che torna a casa con la coda tra le gambe per chiudersi dentro ed evitare di pensare per almeno un paio di settimane. Mi riprometto di scaricare più film possibile prima di essere obbligato a scollegare Internet. Sono stato licenziato o lasciato a casa da tantissimi lavori ma la differenza è che non mi piacevano ed essere mandato via mi dava un senso euforico di pace e liberazione. Questo invece era perfetto. Stavo meglio in ufficio che a casa e quinid le sensazioni, adesso, sono solo negative. Depressione, rabbia, tristezza, furstrazione, paura, vergogna. Nella metro sento che tutti mi guardano. Lo scatolone con gli effetti personali da ufficio mi tradisce. Tutti sanno cos’è. Tutti sanno che sono stato licenziato e mi guardano con le stesso sguardo dei miei colleghi, forse solo un po’ diluito perchè loro non mi conoscono e si sentono responsabili ma solo indirettamente.

Arrivo a casa. Mi sdario sul letto. E’ primavera e fuori il sole brilla della luce calda del pomeriggio ma io chiudo le tapparelle. Accendo il computer. Vado su un sito porno e mi faccio una sega. E’ una sega di furstrazione. Il piacere fisico per eliminare, solo per qualche istante, la sensazione di inadeguatezza che mi attanaglia. Vengo,  godo per qualche secondo, ma dopo mi sento esattamente come prima. Vado in salotto e accendo la tele. Mi arrotolo una canna di erba.

L’erba è sempre un’incognita quando sei depresso. Potrebbe tirarti su di morale ma potrebbe anche abbatterti definitivamente, aggiungendo alla depressione un contorno di paranoia e ansia. Questa volta mi tira su. Per la prima volta da quando ho appreso la notizia che non avrei più avuto un lavoro vedo il mondo in maniera ottimistica. Forse qualche possibilità di ricominciare c’è, e non deve per forza essere peggio di quello che facevo prima.

Prima.

Prima lavoravo scrivendo di videogiochi. Scrivere e giocare ai videogiochi, due delle mie più grandi passioni. Era perfetto. Quali altre passioni ho? Il calcio, i film, il kung fu, la moto e… la maria. Se trovassi il modo di fare i soldi con una di queste passioni sarei a posto, felice come prima. Ma di scrivere o lavorare nel calcio non se ne parla. Potrei insegnare kung fu ma non basterebbe e mi ci vorrebbero ancora anni prima di raggiungere un livello adeguato a fare l’istruttore. Sicuramente non posso scrivere di cinema, ce n’è già troppi. E non posso neanche girare un film o fare l’attore; non so recitare e non ho il fisico.

Cosa mi rimane? Mah, meglio fumarsi un altro po’ di canna, mi rimane solo quella.

La canna. O meglio: la canna…bis. Potrei fare i soldi con la cannabis. Non sarebbe la prima volta. Quando ero un ragazzino l’ho fatto. Ho venduto quella e molta altra roba. Ma mi hanno beccato e non vorrei ripetere l’esperienza. Non voglio spacciare erba. Vorrei solo venderla. Venderla a un solo cliente. Quello lo potrei fare. Ma per vivere vendendola a un solo cliente ho bisogno di pagarla molto, molto poco. E venderla a molto. Come fare? Mica cresce sugli alberi.

No, non cresce sugli alberi ma cresce sulle piante. In realtà il ragionamento che ho appena descritto è completamente fittizio. L’idea di farmi una serra per crescere l’erba idroponica è stata la prima che mi è passata per la testa quando ho sentito le parole “Mi dispiace…” uscire dalla bocca dell’amministratore delegato. Ho già un po’ di esperienza sul campo. Adesso è solo questione di espandermi.

Ho da parte cinquemila euro. Abbastanza per trasformare il salotto in una serra completamente isolata. Avrò bisogno di due o tre lampade al neon, un paio di ventilatori e filtri particolati per l’odore, terra, fertilizzante, pompe per l’acqua, alluminio e cubetti in cui infilare le radici. Semplice. I semi ce li ho già e so dove prendere il resto. Un po’ su internet e un po’ in certi negozi di agricoltura indoor. Di tempo, invece, ne ho in abbondanza.

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